“Colegio Fé y Alegria p. Remo Prandini Viotti”,in Hardeman(Santa Cruz de la Sierra) - Bolivia
PROGETTO “I PIARDI per HARDEMAN”– Aula“I PIARDI NEL MONDO” con annessa attività didattica.
Il villaggio trasformato da P. Remo Prandini Viotti, salesiano bresciano, e dalle Missionarie abruzzesi.
BOLIVIA, Hardeman – Che cielo, il cielo di notte ad Hardeman!Le stelle brillano a meraviglia nell’oscurità profonda. Mi ricordano lo spettacolo che si gode sul Gran Sasso d’Italia nelle notti di mezza estate. D’altronde qui non esiste disturbo di luci artificiali, né l’aria è malata di smog. Giorni fa sono partito da Santa Cruz de la Sierra per Hardeman, 180 km. verso nord, cinque ore di viaggio su un vecchio autobus da trenta posti, di quelli che si usano da queste parti in Bolivia, chiamati “micro”, che sembrano muoversi per miracolo. Strada per due terzi asfaltata, gli ultimi sessanta chilometri in terra battuta. Sobbalzi, buche e nuvole di polvere da annebbiare la vista. Lungo il percorso, dopo Montero, ultima città degna di questo nome, piantagioni a perdita d’occhio di canna da zucchero, mais, soia, sorgo, patata e grano, ma anche ortaggi e agrumi. E poi ganados, allevamenti, bovini e ovini allo stato brado, all’ombra di palme o d’imponenti alberi di mango.
Hardeman è abbastanza diverso dagli altri villaggi. Lo si vede subito entrandovi da un gruppo di piccole case in muratura, sedici tutte uguali, ma diversamente colorate con tinte pastello.
Davvero una novità rispetto alla norma di capanne o sciatte murature. Appena arrivo nell’accogliente dimora delle Missionarie della Dottrina Cristiana, ricca di piante e d’essenze fiorite, di quella singolarità chiedo ragione a suor Anna Andreucci, originaria di Bominaco in provincia dell’Aquila, giunta nel ’89 in questi posti dei quali ormai sa ogni cosa. Per conto dello stato, cura la direzione didattica sulle scuole d’un ampio distretto, muovendosi agilmente, a dispetto dell’età, con il suo fuoristrada. Quel gruppo di case, mi dice, è solo una delle tante opere nate grazie a padre Remo Prandini, il salesiano bresciano tragicamente annegato nel fiume in piena il giorno di Natale del 1986, che qui ad Hardeman è ricordato con affetto e venerato da tutti come un santo, in raccoglimento sulla sua tomba posta accanto all’ingresso della chiesa.
Era arrivato nel 1975, padre Remo, in quello che allora era un villaggio di poche capanne nella foresta amazzonica.Portò per undici anni istruzione per i ragazzi, per gli ultimi difesa dei diritti e coscienza civile tra i campesinos che cominciavano a popolare quest’area sperduta della Bolivia, ricompresa tra il Rio Piray ed il Rio Grande, man mano conquistata all’agricoltura a scapito della rigogliosa foresta amazzonica, arretrata ora di alcuni chilometri. Appunto quel “quartiere modello” di Hardeman è uno dei tanti esempi della generosità italiana in ricordo del salesiano. Dopo la sua morte una gran quantità di aiuti sono arrivati dall’Italia, gestiti in loco direttamente dall’Associazione Padre Remo Prandini, costituita a Lodrino in Valtrompia da familiari ed amici del religioso, o dall’Organizzazione Mato Grosso - che già dava una mano a padre Remo - o dalle Missionarie della Dottrina Cristiana con fondi di solidarietà loro pervenuti dall’Abruzzo e da altri benefattori italiani. Le Missionarie, giunte ad Hardeman nell’ottobre ’86, appena due mesi dopo il loro arrivo si trovarono a dover raccogliere e continuare il generoso impegno civile e spirituale di P. Remo, curandosi della scuola e delle altre opere. Ebbene, con aiuti di benefattori italiani, le suore hanno realizzato ben sessanta casette in muratura (circa 50 mq), consegnate alle famiglie più povere. Ogni struttura civile ad Hardeman ricorda questo religioso: il “Colegio P. Remo Prandini”, complesso davvero moderno come un campus, con tutti i cicli di scuola primaria e secondaria; il Centro Medico funzionante 24h, una specie di pronto soccorso con sei posti letto, per partorienti ed altre patologie d’urgenza; la piazza con il monumento a lui dedicato; il Centro polivalente annesso alla chiesa parrocchiale; la Scuola materna gestita dalle Missionarie, realizzata con i fondi della Caritas di Sulmona, la città di Ovidio, in Abruzzo. Le Missionarie, inoltre, stanno costruendo un moderno forno con panetteria, che sarà dato in gratuita gestione ad una cooperativa a tal fine costituita. E’ poi in via di completamento l’ospedale, tre padiglioni per tutte le specialità, dono della solidarietà d’un imprenditore italiano, Sergio Marchetti, giunto in questa zona alcuni anni fa dal Brasile, dov’era emigrato anni prima. Qui ora conduce un’agricoltura intensiva d’avanguardia, dando molta occupazione. Tutte le modernità di Hardeman portano dunque l’impronta italiana, un vero orgoglio. Ma punto di riferimento del paese sono le Missionarie, in particolare le suore abruzzesi: madre Maria Grazia Lepore - la superiora, nata a Corfinio in provincia dell’Aquila, nominata cittadina onoraria di Hardeman, che sovrintende alle ragazze ospiti della casa, ai laboratori di sartoria ed alla scuola materna - e suor Anna Andreucci, alla quale tutti si rivolgono anche per le sue capacità nelle relazioni con le autorità costituite. Ed è proprio vero. Il 18 luglio scorso (2008) era gran festa ad Hardeman. Si celebrava il 40° anniversario dalla fondazione e il villaggio imbandierato viveva un’atmosfera di fervore in ogni suo cittadino. Davanti la sub-alcaldia - il municipio sta a San Pedro - un grande schieramento di autorità giunte per l’occasione da Santa Cruz: il rappresentante del Governatore, il vice Prefetto, il Provveditore all’Istruzione, il Direttore della Sanità del Dipartimento, un consigliere del Dipartimento (Regione), il Sindaco e varie altre figure istituzionali. Il cerimoniale prevedeva, prima che l’intera comunità di Hardeman sfilasse con colori ed insegne sociali (scuole, professioni, mestieri, sindacati e associazioni) davanti alle autorità, una lunga serie di discorsi ufficiali. Quasi tre ore d’interventi politici sullo stato di salute del paese, sulle opere in programma per migliorarne il volto, sugli impegni promessi per il futuro, con intermezzi musicali di Aldo Peña, noto cantautore boliviano. Richiesta d’un intervento, anche suor Anna Andreucci, ha portato il suo contributo. Discorso conclusivo il suo, da vox populi. Rispettoso nei toni, ma vigoroso quanto lucido sui più importanti problemi ancora irrisolti. Ha richiamato ciascuna autorità alle proprie responsabilità ed all’assunzione dinanzi al popolo d’impegni veri e precisi, anche riguardo i tempi di soluzione. Ne ha elencato le priorità, quali la costruzione della strada in asfalto almeno fino ad Hardeman e d’una barriera che eviti al paese le periodiche inondazioni dal Piray, il rilascio urgente delle autorizzazioni necessarie per il completamento e l’apertura dell’ospedale, il trasferimento ad Hardeman, in quanto paese più popoloso, della sede del distretto scolastico. Ciascuna autorità s’è sentita in dovere di fornire assicurazioni puntuali. Suor Anna dava a loro una stretta di mano, ricordando che nella tradizione italiana quel gesto conta più d’un contratto. Queste le Missionarie della Dottrina Cristiana ad Hardeman. Non solo infaticabili costruttrici di progresso e buone opere, ma anche riconosciute figure di Difensore civico. Chi l’avrebbe mai detto! [giovedì 31 luglio 2008 di Goffredo Palmerini]. http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article3750
BOLIVIA, Santa Cruz de la Sierra– Amerigo Vespucci la definì un paradiso terrestre. Tre secoli dopo il naturalista Alcide Dessalines d’Orbigny, che nel 1830 la girò in lungo e in largo, descrisse la Bolivia nel “Viaggio nell’America meridionale” come una “sintesi dell’universo” per la varietà dei paesaggi che spaziano dalla cordigliera andina ai grandi altipiani, dalle valli alle pianure ricche di fiumi, vestibolo alle meraviglie della foresta amazzonica. Ad est dell’altipiano si snoda la Cordigliera Reale con centinaia di vette sopra i cinquemila (come l’Illimani che domina La Paz), ad ovest la Cordigliera Occidentale, con alte cime vulcaniche (il Sajama supera i 6500 metri), poi sempre sull’acrocoro i grandi laghi Titicaca e Poopò, i deserti di sale di Uyuni e Coipasa, le lagune Verde e Colorada.
Vette ed orizzonti sembrano fondersi con il cielo. Nelle valli il clima è mite e la natura rigogliosa. In pianura terre fertili danno raccolti in tutte le stagioni, le foreste amazzoniche pregiati legnami. E poi gas e petrolio nella regione del Chaco, al confine con il Paraguay, per non parlare degli enormi giacimenti d’argento, stagno, rame, oro ed altri minerali, che hanno segnato la terribile storia di sofferenze e sfruttamento dei nativi boliviani, indios quechua ed aymara (60%), meticci e guarani (30%), il resto sono bianchi.
Quando Diego Halpa, un indio quechua, nel 1544 scoprì l’argento del Cerro Rico a Potosì, non si rese conto che toglieva il coperchio ad un vaso di Pandora. In quei mesi erano arrivati in Bolivia gli invasori spagnoli. Carlo V, il sovrano sul cui regno non tramontava mai il sole, nel 1555 già decretava Potosì “città imperiale” per sfruttarne le immense miniere d’argento. Cominciava così la storia d’indicibili sofferenze per gli indios, lastricata da almeno otto milioni di morti per arricchire la Spagna, un vero etnocidio nelle miniere d’argento di Cerro Rico durato quasi quattro secoli, poi in quelle di mercurio quando lo si usò per la depurazione dell’argento, quindi in quelle di stagno, fino ai tempi di Patiño, il tristo magnate boliviano d’America, finiti negli anni Cinquanta del Novecento. Nei secoli precedenti quel fiume d’argento dall’altipiano all’Europa faceva morti e tragedie alla sorgente, alla foce ingrassava lo sperpero spagnolo, alimentava la prima inflazione della storia ed il nascente capitalismo europeo, come pure l’inizio della rivoluzione industriale.
Questa, in pillole, la Bolivia: grande tre volte e mezzo l’Italia, quasi 10 milioni d’abitanti, con il reddito pro capite più basso dell’America Latina. Dunque un popolo povero, ma gentile e gioviale, con una storia segnata dall’instabilità politica, specie nel Novecento, tra governi militari ed una rivoluzione nel 1952, tra conati di guerriglia (qui nel 1967 fu catturato ed ucciso Ernesto “Che” Guevara) e colpi di stato, e qualche scampolo di democrazia. La Bolivia deve il nome a Simon Bolivar, il libertador venezuelano ispirato ai princìpi della rivoluzione francese che vi arrivò e vi restò un anno, lasciando nel 1826 una bella Costituzione rimasta lettera morta fino ad oggi. Ora è una repubblica presidenziale, dal 2005 è capo di stato e di governo Evo Morales, per la prima volta un indio: tempo di forti contrasti nel Paese, scosso da spinte autonomistiche e finanche da un referendum revocatorio del Presidente, in agosto. Eppure la Bolivia è una terra molto ricca: giacimenti minerari, risorse energetiche nel sottosuolo, un’agricoltura potenzialmente generosa dalle valli alla foresta amazzonica, l’allevamento di bestiame d‘ogni specie. Poi il turismo, ancora in embrione, per le sue bellezze naturali e la sua storia, dagli Incas alle reduccion (Concepcion, San Ignacio, San Rafael, San Xavier e San Josè de Chiquitos, dichiarate nel 1990 dall’Unesco patrimonio dell’umanità) delle Misiones dei Gesuiti nella foresta amazzonica, che operarono fino alla loro espulsione decretata dai sovrani di Spagna e Portogallo nel 1767, ma della cui presenza restano splendide vestigia nelle magnifiche chiese di legno e nella musica barocca, specie grazie al religioso svizzero Martin Schmid, architetto e musicista.
A Santa Cruz de la Sierra, nella zona piana della Bolivia, sono arrivato da alcuni giorni per conoscere da vicino una speciale emigrazione abruzzese. Santa Cruz è una città che supera i due milioni d’abitanti, ben ordinata urbanisticamente in una decina d’anelli concentrici di grande viabilità. E’ la capitale economica del Paese, per industrie, agricoltura, gas naturale e servizi, ma anche per il traffico della coca, mai radicalmente estirpato. Qui c’è l’aeroporto internazionale più importante che irradia le rotte verso l’interno. E’ luogo di richiamo dagli altipiani, forte è il processo d’inurbamento. E’ poi punto di partenza per la penetrazione nella foresta dell’Amazzonia boliviana. Da qui padre Remo Prandini, un salesiano originario di Lodrino, in Valtrompia, nel 1975 partì per penetrare fino ad Hardeman, allora villaggio di poche capanne. Là il religioso bresciano impiantò la sua missione, basata sulla formazione scolastica e sulla difesa dei diritti elementari di quella gente: un “don Milani” in una “Barbiana” in versione amazzonica. Padre Remo lottò infatti per undici anni, a rischio della vita, per affermare il diritto dei campesiños alla terra, educando nella sua scuola i loro figli al sapere ed alla consapevolezza dei propri diritti. Girava in quei posti a piedi, a cavallo o con la sua bicicletta, fino alla sua tragica morte a 44 anni, nel giorno di Natale del 1986, quando recandosi in un villaggio con qualche giocattolo per i più piccini nello zaino, cadde da un ponte di tronchi inghiottito dal fiume in piena per le piogge dell’estate. Rimane luminosa la sua testimonianza che negli anni ha dato frutti copiosi di generosità, opere e vocazioni. I suoi, giunti dall’Italia per riportarne indietro le spoglie, si trovarono di fronte alla decisa opposizione dei campesiños, arrivati persino a “sequestrare” il vescovo per tenere padre Remo per sempre. Egli infatti riposa nella sua missione, la tomba davanti la chiesa di Hardeman, tra i suoi poveri che lo amano e lo visitano ogni giorno. I lodrinesi compresero. Anzi, da allora sono diventati di casa. Attraverso l’associazione nata a Lodrino in ricordo di padre Remo, hanno riversato una valanga d’aiuti facendo di Hardeman un centro d’istruzione, di formazione professionale e di progresso civile per questa povera gente. Nel 1985, un anno prima della scomparsa, padre Remo era venuto in Italia.
Era passato anche all’Aquila, a parlare di missioni in Bolivia alle Missionarie della Dottrina Cristiana, Congregazione nata nel capoluogo abruzzese nel 1890 ad opera di madre Maria Francesca De Sanctis - originaria di Castiglione a Casauria, un paese lungo la valle del Pescara - e dell’arcivescovo dell’Aquila, mons. Augusto Vicentini. Donna assai tenace, con tre sue sorelle e poche altre religiose, madre Maria Francesca seppe dare un fortissimo impulso alla propria Regola diffondendone l’apostolato nelle scuole e nelle parrocchie in tempi allora molto difficili. Nacquero così in pochi decenni, sotto la guida sua e delle Madri che le succedettero, molte case della Congregazione, in Abruzzo come in Puglia, Molise, Marche, Veneto, Lazio, Umbria e Friuli.
Con gli adeguamenti alla Regola dopo il Concilio Vaticano II, la Congregazione si apre all’azione missionaria all’estero. Madre Pierina Santarelli, all’epoca Superiora Generale, e madre Nazarena Di Paolo – l’attuale Generale, forte tempra d’abruzzese operosa, nata a Barisciano in provincia dell’Aquila – con la benedizione di Giovanni Paolo II, nell’ottobre 1986 accompagnano in Bolivia le prime sei missionarie, a Santa Cruz e ad Hardeman.
Dopo appena due mesi dall’arrivo, con la scomparsa di padre Remo tre di quelle suore raccolgono il testimone della sua opera ad Hardeman, ampliando e gestendo la scuola del villaggio, dove gli abitanti sono oggi diventati quasi 4000, circa 2000 gli alunni da tutta l’area e gli studi vanno fino al livello superiore. Sulla casa, sulla materna e sui laboratori di mestiere sovrintende madre Maria Grazia Lepore, abruzzese di Corfinio – città dei Peligni dove fu usato per la prima volta il nome Italia nella Lega contro Roma, nella guerra sociale (91 a.C.) – con le boliviane suor Julia e suor Marta, mentre dell’intero sistema scolastico di tutta l’area, si cura come direttrice didattica suor Anna Andreucci, di Bominaco in provincia dell’Aquila. A Santa Cruz, intanto, erano restate tre consorelle.
Nel barrio Victoria le tre suore cominciano il loro apostolato. Ora in quel quartiere la Congregazione ha una struttura per giovani aspiranti alla vita religiosa che frequentano i corsi della locale Università Cattolica. La casa è diretta da suor Erica, boliviana, coadiuvata da suor Albina De Bellis, abruzzese di Sulmona, da suor Bernadette Tavarozzi, molisana, e da suor Patrizia Timperi, altra abruzzese di Basciano, in provincia di Teramo. Nella grande città, in una villa requisita ad un narcotrafficante (ne parleremo in altra occasione), nel 1990 viene aperta una casa d’accoglienza e formazione per 70 orfane e disagiate. Oggi quella villa, affidata in comodato dalla prefettura, si chiama Hogar Maria Inmaculada. E’ gestita, insieme a suor Betty, boliviana, da madre Alessandra Carosone - nata a Monticchio, frazione dell’Aquila - che cura alla grande anche il carcere di Palmasola.
Nel 1997 un’altra grande struttura nasce a Santa Cruz. Costruita in un solo anno, sorge l’Hogar Sonrisa de Mariele, in ricordo di Mariele Ventre, l’indimenticabile Maestra del Coro dell’Antoniano di Bologna, grazie ai fondi raccolti dal “39° Zecchino d’Oro” e da altri benefattori dall’Abruzzo e dal resto d’Italia. E’ un complesso imponente, disposto su un’area di tre ettari, con strutture moderne ed un’organizzazione perfetta. Ospita 130 bambine e ragazze “interne”, che frequentano l’annesso sistema scolastico riconosciuto dallo Stato, dall’istruzione materna alla superiore, aperto anche a frequenze esterne, 800 gli alunni.
Campi sportivi, piscina, palestre e laboratori corredano le strutture, alle quali con perizia sovrintende madre Diomira Doria - tenace abruzzese di Sulmona, dal 1986 una pioniera nel Paese - insieme a sei suore boliviane (le hermanas Teodora, Florinda, Zulma, Laura, Sandra e Asteria), che insegnano e coordinano il personale esterno, quaranta tra docenti ed ausiliari. Tra qualche mese le madrecitas della Dottrina Cristiana apriranno un’altra casa in Bolivia, nella città di Cochabamba. Dal 1995 la Congregazione ha attivato una missione anche in Africa, nel Congo francese. C’è una bella fioritura di aiuti dall’Italia, per sostenere la crescita sociale ed umana delle giovani ospiti boliviane negli Hogar delle Missionarie della Dottrina Cristiana, con le adozioni a distanza. Una forma diretta di solidarietà davvero efficace che porta a conoscere da vicino le povertà del mondo, senza sbrigativi scarichi di coscienza cui sono abituate le società opulente, alle quali dà fastidio la visione della sofferenza.
E’ poi un valido supporto a queste religiose, da tutti apprezzate e rispettate in Bolivia, alle quali non manca mai il sorriso e le cui giornate di lavoro non conoscono soste. In loro, infine, riconosco con orgoglio la tenacia e la determinazione tipiche dell’indole abruzzese, anche in coloro che in Abruzzo hanno solo realizzato la propria formazione religiosa, ricevendo comunque di quell’indole l’imprinting. Dunque una bella comunità abruzzese in terra boliviana, di recente arricchitasi con l’arrivo di Mons. Luciano Suriani, Nunzio apostolico in Bolivia. Nato ad Atessa, in provincia di Chieti, Mons. Suriani è Vescovo di Amiternum, l’antica diocesi della città sabina - patria di Caio Crispo Sallustio, grande storico romano - situata poco distante dal luogo dove molti secoli dopo sarebbe stata fondata L’Aquila.
[martedì 22 luglio 2008 di Goffredo Palmerini, gopalmer@hotmail.com – componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (Cram)[ http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article3750
“Colegio Fé y Alegria p. Remo Prandini Viotti”,in Hardeman(Santa Cruz de la Sierra) - Bolivia, col PROGETTO “I PIARDI per HARDEMAN”– Aula“I PIARDI NEL MONDO” con annessa attività didattica:
“El amor ni se vende ni se compra! Se dà”
[... scritti di padre Remo Prandini - Viotti. Lodrino in Val Trompia, 1942 – Hardeman, †Natale 1986 (Bolivia)] (L’amore non si vende ne si compra! Si dà)
Associazione AMICI di PADRE REMO – Onlus.
Codice IBAN, per bonifici bancari: IT 44 F 08396 54540 000000500267
Banca della Valtrompia – Gardone Val Trompia
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Referenti: Gitti Serenella 030 8913349 – Freddi Giambattista 030 8966047
VEDI: http://www.piardi.org/solidar.htm Solidarietà